Pensieri

malinconici

Foto e testi: Rondella

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A mia figlia

Quei sentieri magri che nobilitano l’uomo li ho percorsi tutti come un disgraziato, da solo o con qualche demonio come me. Mi pungevano i rimorsi sotto ai piedi e mi sembrava di esser nato per sanguinare.
Mio padre mi diceva “devi farti la faccia da puttana!” Ma io non sono nato per fare la puttana, sono nato per sanguinare. Li attraversavo ad occhi spenti con le spalle cariche di commiserazione, piegato come un villano che si aggira a seminare vergogna. Di tutte le maledette stagioni non ce n’è una che non abbia accartocciato come una pagina sbagliata. Li conosco quei sentieri, ma a te non ti ci porto. Io voglio vederti avanzare senza attrito, senza muovere un muscolo che non sia della tua bocca che ride solamente e mastica bocconi generosi di conquiste. Vorrei vederti un giorno inerpicata sulle ambizioni, senza un graffio sulle cosce, con quelle mani ancora pulite, che mi stavano dentro a un palmo, a raccogliere i frutti di tutte le maledette stagioni.

I vecchi

I vecchi camminano con gli occhi all'indietro e i ricordi nella bocca. Alla sola intuizione della morte rigurgitano le esistenze e depongono le vite negli orecchi, come un'eredità. Io, che di consueto m'appassiono
e obbedisco alla legge della pancia, mi accorgo, puntualmente, e mi curo di spremerne il senso come una linfa vacillando, infine, saturo di esperienza e di posti, e di affetti, sospeso, forestiero nel mio corpo, tra una vita, la mia, e altre mille che avrei voluto vivere.

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Vino e spago

Se, appena, mi scorgi col vino a caricar la dose, di trar profitto per la carne non butti via occasione. Remota mi abbadi mi trafiggi, mi abbranchi e mi allacci al cuore tuo abbrunato. Quelle braccia a guisa di biscia come spago mi cingano acciò mi conduca, bella e rapace e velenosa, dove altri non immagina, ceduto, a spoglirami finanche le ossa. Ed io, di caduco valore, ne assimilo il veleno, lentamente, mentre rossa dilani la mia polpa.

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Galleggiare

Quando ero appena un bambino, per insegnarmi a nuotare, mi buttarono in mare alla sprovvista, come a dire: "sopravvivi, che un modo lo trovi". Allora, all'inizio fui in un posto estraneo, per nulla confortevole.  Vidi quel po' d'acqua come fosse un abisso e scalciando le mie gambe cercarono di salirla come fosse una scala senza pioli. Senza mai fine. Era un mostro, quell'acqua, che mi ingoiava, una bestia feroce. Poi, col tempo, iniziai a capire che anche immobile il mio corpo galleggiava. E galleggiai. Galleggiavo come se all'acqua fossi tornato, fiero come un domatore, convinto di averla domata. Piú avanti capii che l'acqua fu sempre se stessa e fui io a predispormi a lei, addomesticato.

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Scorie

Sono il prodotto di un amore corrisposto, la conseguenza di due individui. Gettato in pasto alla vita, frutto fuori stagione e fuori luogo, io mi sento inquinato. Un sedimento di scorie sociali, un increscioso avanzo del progresso.

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Piromania

Nell’atto di bruciare la terra, l’euforia non potrei spiegare neanche al più erudito fra gli uomini. Viscido, che sfugge dalle mani negli abbracci, eretico nel tuo verbo, tra fiamme dardeggianti il mio servaggio si scioglie in una danza spaurita di locuste e dove tutto è un patimento di creature. Nel sipario cinereo che è divenuta la mente
ho bagnato la gola con dubbie parole e quell’acqua, tanto putrida quanto vitale, che a gocce come rane mi entrava in corpo, nell'arsura è adesso il sangue che sputo. Nella tenebra che vegeto. In questa pioggia di fuoco su cuori di ghiaccio non guardo al di là di un istante, l’istante che è fine.
Ho placato la mia sete con quelle parole.
Adesso aduna questi martiri
e scoprirai quanto ho bevuto.

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L'amore di un pavido

Mi sono spesso innamorato dell’amore. Di quello tiglioso, avaro, che puzza di possesso. Di quello dei pavidi, di quello patriarcale. Mi sono spesso innamorato dell’amore e non di chi ho amato, fino al punto di farne un purgatorio. Ho infoltito le mie sbarre con apparente contegno, in odore di semina, palesandomi unico di principio e di fine e dell’ira facendo catene affinchè non ci fosse altro seme. Cosí Povero di vigore ho vissuto il tuo amore e con dovizia di piacere occupato il corpo. Nudo e ingordo del tuo sangue sono morto di desiderio ammantato in una Sindone sontuosa. Mi sono spesso innamorato dell’amore e sono morto di passione. Di una morte elegante.

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Cenere

Giammai, cenere nel mio giardino, anelo a trovarti cedevole al vento, labile polvere di memoria che mi preclude il respiro. Giammai, cenere nel mio giardino, che si leva e posa al volere dell'aria, acre sulle labbra come nel cuore. Giammai, ch'eri pagina scritta, anelo a trovarti cenere, prostrata ai piedi del mirto, adagio, a rinascere Sua.

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Una stanza che ricordo

Permane la tua sagoma ricca, superstite al salmastro e al guano dei colombi, nella stanza di mezzo. Reduce, luce propizia di mezza mattina, favorevole alla monda della cicoria. Poi, nella pausa della lama, gli occhi tuoi piccoli all'altare dei passati. Là, dove adesso è un sepolcro di calcinacci, tutti me li chiamavi, ogni volta, tanto che mi sembrano vivi. Non c'è un solo rumore. Non c'è una scatola di biscotti, un cencio logoro, l'odore del prezzemolo. Tacciono le volte sostenute dal tuo eco.

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Mamorie di un colono

Mi sembra successe di Marzo. Quel coro di angeli muti, cantori di gemiti sommessi, mi spinse a varcare la soglia ancora per mezzo nel sogno. Non capivo il diletto per venere, quel bisogno di amore in sordina. Chiusi le palpebre con ritegno e divenni acqua prorompente. Fino ai campi. Qualche topo rivolse lo sguardo e, appena, un viandante sfiancato. Poi, le cicale in un sonetto disarmonico, velate nel passaggio dei trattori. I coloni, così valorosi, mi parvero soldati in carovana. Guerrieri dal prospetto grinzoso che vita infondono e non tolgono. Fu allora, nel momento che mi concessi un sogno, che mi votai a Sant'Isidoro.

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Il bravo attore

Risuona il mio nome nel petto delle dame. Dame vedove di altro nome se la quinta varco reincarnato. Non conoscete il dolore di perdersi. Troppe anime ho posseduto, essendo tutti e nessuno, morendo ad ogni muta. Non conoscete il disgusto di rinascere ogni volta solo per compiacervi. Non credetemi grato. Mangio fama indigesta e la mia vita si consuma in pochi atti. La mia finestra è un boccascena. La mia esistenza un palcoscenico al contrario di quinte buie e luce in platea. Attori ignari diretti dal fato vi mostrate in un teatro a cielo aperto nella commedia ridondante di voi stessi, comprando il pane, pagando una cambiale, baciandovi di nascosto. Ho vite infinite io. Io muoio mille volte e voi una sola.

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La mia casa

Se venissi alla mia porta, dovessi essere monito, ti direi di ripudiarmi. Di non abitarmi. Su occasioni imputridite è assestata la mia casa, su pilastri di ideali traditi. Ho un giardino, figlia mia, seminato a spaglio di compromessi, uno stagno di rospi inghiottiti e un frutteto di buone intenzioni. Dileguati da questa necropoli, quest'eremo di sguardi calati e sorvola la terra di cui ho fatto scempio. Scegli bene la tua armata e combatti con la lama e l'intelletto, che l'esistenza è un plotone di fallimenti. Fatti breccia nei cuori, sii una brava persona e non sarai sola un solo giorno.

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Chi sarebbe quest'uomo

Svogliato è il tempo che passa, soprattutto se ha qualcosa da guarire. Non lo odio il tempo che passa, che fa perdere i treni desertifica gli istanti, che separa. E allora dimmi chi sarebbe st'uomo inquieto, in questo reliquiario di polvere e di cose se niente è al di fuori di ora. Sono un mosaico di vite rarefatte, di odori sovvenuti di esistenze quasi palpabili. Il tempo che passa si lascia alle spalle santuari raccontandomi dentro come un sadico menestrello. Non lo odio il tempo che passa soprattutto se ha qualcosa da temere e violento s'avviene nel presente e la nebbia mia dirada e mi discinge.

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Se provo a scordare il tuo nome

Quanto oscura è la ragione dell'amore? Quanto solenne è il diritto alla morte, giacchè alla tomba mi approssimo se provo a scordare il tuo nome. Se provo a scordare il tuo nome, incauto mi addentro a fior d'abisso annaspando come un Cristo goffo. Se provo a scordare il tuo nome, approdo alle sponde dell'oblio, tiro in secca la tua nave e del fasciame ne faccio una croce. Se provo a scordare il tuo nome, naufrago errante in pochi passi, non sono che un Cristo impacciato dipinto da luce salmastra su una tela di libeccio. Se solo suppongo, di scordare il tuo nome.

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Ammiraglio

Mi mostro di tanto in tanto, a motivo del mio disarmo, solo sul finire del giorno. In uno specchio d'acqua stagnante salpo al crepuscolo su un guscio di noce, mischiato alla voce dei flutti, come un Ammiraglio decaduto, obbedendomi per faccia lavata. Clandestino in me stesso, prima che nel mondo, intraprendo un viaggio di ricerca. Alla deriva, senza un porto che sia uno e solitario, m'accorgo d'esser carne già morta. Parlavo a uomini voltati, svuotati. Come potrei mancarmi, se neanche mancavo al prossimo mio? Neanche un faro acceso a rendermi giustizia. Allora taccio anch'io, quando tace la terra, che il cordoglio non vuole rumore.

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Il suo odore

Non alzarti, ancora. Lasciati immaginare mia, qui, dove nessuno ha dormito, dove la notte, impietosa, non desiste.
Sei, lo so, uno spettro, ma il vizio mi è stato padrone da che ho memoria di un passo. “Finchè sorge il sole, 'che l'amore è la morte”. Obbedisco.
Mi hai lasciato a tremare, nel corpo in cui vivo che adesso è un talamo di paglia ed escrementi. Questo sono ora.
Non ha lasciato altro che il suo odore.

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Un ortale

Venni alla vita, nella lama di luce che irrompe dai vetri, calvo come ancora mi specchio. Non rammento, l'allora presente. Non un frammento d'immagine. Nudi di un senso del sé, è un trapasso, la repressione dei pensieri, a un istante sfuocato ed incompleto. Una figura torbida, mio padre, nel mentre affondo le mani nella terra, tacito, in uno sguardo che è addio. Nessun Padre, prima. Sono gli anni del cielo che scintilla, che tanto mi strega, di un demone che chiama al coraggio. Nessun Padre, prima. Alla rimonda dei legami lo sento, latente, inumato dai trascorsi che mi accinsi a vivere cui consegnai la memoria.

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Il gladio

Sacro è il fondamento dell'uomo. Padrone di sé, a volere di un Dio antropomorfo, d'ovunque lo si guardi è tenue, pavido in pace come in guerra, propenso a genuflettersi quando solo non si basta. Sacro, mi dici, ch'è il quadro di suolo in cornice di quattro mura ove il mio lutto dovrebbe sopirsi. Confinai nei recinti della dottrina, in tempi ingenui, il mio diritto alla conoscenza, con soffi di fiato su pagine violate. Per noi, esseri mansueti, lo spirito s'è fatto uomo. Per noi addomesticati. Eccolo, come colombe nere, il gladio della ragione, il privilegio che oggi libero.

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L'albero

Hai presente un albero nudo? Mai più germogli ho visto cimare malgrado piogge incessanti d'amore. Fossi anima rigogliosa ti sazierei dei miei stessi frutti ma arido e spoglio i miei rami inducono lacrime, come resina a rimarginare. Ad un simposio di salde certezze terresti corte bandita. Salde ho radici nel diniego e neppure un calice meschino alla mia tavola. Ti darei fiori bianchi, fossi un mandorlo al primo chiacchierio delle rondini. Ma in un perpetuo inverno nessun volo o profumo. Cercami al primo freddo, come legna del tuo camino e brucerò certamente di rimpianti. Voltati adesso e brinda, ti prego, al mio riposo.

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Se mi guardi invecchiare

Se mi guardi invecchiare non sfiorirai veramente. Dai basoli feriti vedrai una fontana e sotto pelle sgualcita lembi di ferro brunito. Non curarti del mio animo trito, la ruggine è uno strato sopra un altro. Scorza paterna. Non farne mestiere, dell'amore. Se mi ami non c'è sole che mi secchi, ma una corolla disfatta profuma di troppi ed io mi sto asciugando. Voltati ad un viso imbonitore e sfuggi alle dita del bisogno. Lasciami stillare di carezze e riempirò il mio bacino cui tu possa attingere quando arido e freddo mi avrai dato al ricordo. Conosci le vicende degli amanti, destinati a sprecarsi. Non perdiamoci un'ora 'che un' ora d' assenza è una goccia di meno.

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Io ti salverò

Del vespro che aspetti non conosco il colore, perchè mai ebbi l'onore di dipingerlo. Neanche dal vento giungono nuove,
neanche a volerle inventare. È un grumo di colpe che sedimenta, inglorioso, come a coprire le mie buone intenzioni.
Sarai la corrente nel mio domani a forbire il limaccio di oggi.
Mi farò leggero, mi farò sospensione e, 
nel torbido mare delle mie scelte, io ti salverò.

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L'ultimo

Puoi sentire il fragore dell'odio, dove cognizione non alberga. Lo vedi, il mostro, concepito dal tuo seme, gravido, nudo, rannicchiato sulla terra che gli hai sottratto. Dalla cricca dei colti si ergono lance di giudizio. Da loro che Sanno, che conoscono l'uomo. Ed io? L'ho carezzato come un Giuda qualunque, mostrandogli il mondo con gli occhi dell'inganno. Fachiro sulla vostra perfidia è l'Ultimo. Ergete le vostre lance e all'ultimo fra gli ultimi noi renderemo conto.

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Come l'ultima volta
(dialogo col mare)

Sono alle porte di Babilonia, al cospetto dell'acqua. La stessa dell'ultima volta, la cui grazia unisce le ciglia. Mi induce ancora, il tuo moto assente, ad esser stele di cristallo nel mausoleo di doglie che nel tempo ho deposto. Con mani di schiuma strappami all'abbandono, al giardino di vuoti irrorato con giudizio e amorevole dedizione. Onorami del plauso sincero che interrando rabbia ho creduto di cogliere, scongiura l'avvento di fantasmi seducenti. Persuadimi, dunque, in un canto senza voce e non sarò Ulisse, stavolta. Neanche un filo di luce farò entrare, 'che la luce dissuade e cura.

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La rugiada

Adoro portarti fra i campi, specie se è mattina. Contemplo i tuoi piedi calzare la terra, con occhi di fanciullo e capriccio di uomo, nell'alito caldo del primo sole. La tua spalla umettata dal sudore, come foglie e germogli tutto intorno, lascia imprudente la veste, timidamente. Sconfinata bellezza che sfugge agli sguardi, al viso ammaliato del massaro. Una carezza distratta nel posto mio prediletto ed è subito un nascondersi, natura nella natura, dove tutto è aria di casa.

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Io non mi vedo

Nel mio corpo io non mi vedo. Proprio ora, in questo momento, al di lá dei miei occhi umidi, al di là di ciò che ho creduto, rimango latente a me stesso poichè la pioggia ha purgato ogni pallido residuo di fede.
La sento nei sospiri, tetra, la mia assenza,  eppure cosí avvenente, mi si rende indispensabile come l'aria rarefatta d'alta quota e non piú, le vedute che ho dinnanzi, risplendono del mio gaudio.

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Terrazze

E mi sorvolano i corvi, mentre gli occhi mi si infrangono sui muri ed io fatico a spingermi oltre la vetta della mia casa, uguale a tutte le altre case che senza diritto alcuno, facendomi recluso in spazi aperti, gli orizzonti mi celano, spegnendomi lo sguardo e quel berlume d'illusione d'infinito, lasciandomi eremita nella tundra urbana dei vostri averi.

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Ti ho amata

Esisto, esito, mi addentro nel silenzio osceno che hai lasciato sotto la volta purpurea del mio dispiacere. Ti ho amata nei silenzi e nelle attese, mirandoti dall’alto del mio cuore e fino all’infinito, dal più alto baluardo della mia indecenza. Mai riparo più materno trovai del tuo respiro ed inibirne potrei il ricordo finchè il tuo corpo mi appaia indigesto nelle folate di un effluvio aberrante. Trapassando i cieli tersi dell’entroterra solo la polvere pare essermi eterna e l’orda di parole fendenti che mi trafissero. Quelle ombre nette, che divennero una, sbiadite cascano dai muri sotto una pioggia di menzogne e le mie unghie affondano scolpendo le mie carni quasi fossero pietra. Di un impero solo rovine, colori e lamenti, in una ronda di vento e foglie.

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Una notte qualunque

Ho sognato di non consumarmi, vigilando sul buon senso e sullo scorrere del tempo. Allo scopo di indagare e ricercarmi ho sfiorato, tastandone le ruvidità, quel disagio di periferia, tipico degli inadattati, che sopisce tra le pieghe dei cuscini e rende il sonno intollerabile quanto vano, penetrandomi nei fianchi e sobbalzandomi nella veglia, non appena gli occhi fanno per cessarsi, mostrandomi il degrado al quale si destina l’esistenza. Ed ecco che si avvolgono i trascorsi, come una moviola, rivelati, di luce e buio repentini, nell’avvincente incoscienza di un ragazzo per bene. Ho sognato di talenti preservati, ne ho sognato a piena luna, di sguardi compiaciuti. Ed ora desto,  per mezzo tramortito, mi scopro in quel che resta  e in quello che ho dinnanzi, di misera fattura, ed incompleto.

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Sottocoperta

Non c’è niente che possa servirci, là fuori, di là, da quei vetri unti, se non a scioglierci rovinosamente dalla gassa d’amante dei nostri corpi,

come si fa con le scotte e le drizze se il vento, come l’alito della tua bocca, si placa, ammainandoci nella calma più tediosa e portandoci alla deriva in un mare di brutture, spezzando la rotta dei nostri attimi.

La passione è un capello fra le dita bagnate, ostile a staccarsi da dosso, che si insinua, di volta in volta in posti diversi, quanto più convulsa è la maniera di liberartene. Non muoverti, lasciati governare, il desiderio è una cima indistricabile.

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Godere

Ascoltami Marta, mi hai chiesto una ragione per restare. Io non ho ragioni per restare, ma ho ragioni per godere. Per esempio, mi piace sentire l'acqua che si versa, piú appagante dello stesso dissetarmi. Piú che curarmi dello spazio che separa, godo del suono dei miei passi tanto da annientare la gioia del giungere. Il graffio intermittente della penna che striscia mi arreca beneficio piú del pensiero scritto. La mia attenzione rinnega ogni oblio delle azioni, portandomi nell'atto e strappandomi al movente come un cane che si prende una carezza. Ogni intruso avvenimento, in questi stupidi rituali quotidiani, è un boato che spalanca le palpebre e ti distrae dal privilegio del piacere. Sii presente a te stessa, Marta, muoviti lentamente. Non puoi godere senza volerlo.

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Madre terra

La guardo mutare questa terra dai sentieri familiari, permeata di sommesso dolore, quando il sole si approssima a lei come ad accarezzarla. Riconosco le voci degli uccelli  e so dove giace ogni pietra
mentre taglio il vento fra i tronchi scarni e indrappellati, nell'ora delle ombre lunghe. Mi preme sul petto, il sacrificio del fico sul catrame, dei ciuffi imbionditi dai veleni e dei porcospini. Cosí porto il fardello di un delitto. Piú forte dei trattori, piú forte della cosa piú forte che tu possa immaginare, piú forte della terra stessa, che non ha mai chiesto e si riprende tutto. Per questo fatto tieni a mente, se coi piedi profani questi luoghi, che la terra la calpesti due volte: una sulla pelle ed una sull'anima. E la chiamano "Madre"...

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Ode all'ignoranza

La mia ignoranza non è di rovo, che della vita ne avversa ogni percorso ma feconda e aggraziata come un germoglio di vite nutrito da una torba di curiositá, fino al legnificarsi della sapienza, che al pari dei fumi del buon vino mi concede l'ebbrezza della conoscenza.

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Un vecchio al suo cavallo

Ho guardato appassire il mio cavallo come un grappolo di muscoli al sole. Pendula la coda, immobile, come mai prima di adesso, che l'aria tutto intorno incensava col profumo dell'erba del mattino. Ed io, che dal canto mio avvizzisco, come quando mi portava  sul suo manto d'onice, cosí lo condurrò alla morte, in groppa al mio vecchio cuore. Non ti darò alla terra. Ti farò carne nella pignata, sarai carne nella mia carne e il tuo crine striscerò sulle mie corde cosí che ancora si propaghi il tuo nitrire. Un mantello farò della tua pelle e dei tuoi resti un supplizio del fuoco e luce sarai, di notte, in questa valle, in questo posto desolato che è divenuto il mio umore.

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Reietti

La solitudine è la piú tossica delle dipendenze. Si ricerca, meticolosamente,  con costanza maniacale, nel piú oscuro e arcano antro di sè stessi. Si edifica, come una fortezza, con frammenti grossolani di indifferenza quando, austeri, ci eleviamo a giudici degli altri. Solo, sei tu che volti la testa, che non ti accorgi, che un incrocio di sguardi ti precludi. Non è il reietto ad esser solo, dal momento che non ha scelto e, disarmato, subisce la solitudine dell'uomo.

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Frangiflutti

Ho sempre immaginato il destino come un impalpabile frangiflutti. Tanto bastardo ed infido, tanto capace di annientarmi. Così ho visto infrangersi i miei sogni. Senza preavviso, d'un tratto, con la forza di un oceano ...chissà poi se esiste il destino. E se i sogni, in verità, non colassero a picco? Forse sono pesci che si immergono, nuotando nelle molteplici profondità della vita fino a riemergere, poderosi, con la forza di cento pinne. Questo farebbe della vita umana una pesca. Con le sue attese, i suoi imprevisti, i suoi fallimenti e l'uomo che, nell'atto di aspettare, si delude. Finché un giorno, all'ultima ora di buio, all'ultima cala, la sua cesta inizia a riempirsi. Senza preavviso, d'un tratto.

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Gabbiani

Sono acqua calma, desto nel tuo golfo. Nel bisogno atavico di terra ferma struggente è il canto dei gabbiani che li abbatterei tutti. Tutti li abbatterei a suon di voce, la voce mia che non ritorna e altisonante si espande senza ostacoli, senza rimbalzi, in questo vuoto lugubre. I tuoi seni piglierei con queste mani, e i tuoi baci, uno ad uno, in una pesca prosperosa. Ma se ostile rimani sul fondo e raminga desisti al mio tramaglio, cosa resta di tanto navigare?

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Il pescatore innamorato

Mi sembri di notte talmente vestita di luna, mentre il sonno mi prende, codardo, che di tante fatiche non ne patisco una. Quegli occhi neri di seppia mi immagino allungarsi all'orizzonte e mani livide intrecciarsi come giunchi. L'odore tuo di mandorla, che tra alga e gasolio mi sovviene, nitido nelle narici ed evidente, è rete logora  che da larghe maglie il desiderio fugge. Sonante il silenzio nel salmastro si fonde e premuroso ti scompare, quasi a ricordarmi d'esser solo... O di non essere?giacché non sono altrove se non fra le tue braccia.

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Quarantena

Ti era preda inerme la libertà del corpo, mai guardinga e sfuggente, come ne fossi padrone. Metti che un giorno ne fossi digiuno, non sarebbe il tuo collo un serpente che vacuo nello stomaco, dal ramo più esile, con avida necessità si stira, si piega e si punta verso l’unico spiraglio di aria buona? Come un topo, nelle spire del tuo corpo abbracceresti uno straniero solo per fame di buona creanza e come un fiore costretto nell’ombra, fuori dall’asse della luce, la gente tutta brameresti, irraggiandoti di voci amiche.

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Bocca di pece

Con le radici salde nell’astio, nelle fughe irregolari del buio, strisciando come un verme ributtante, tra gli anfratti delle viscere hai deposto il tuo giudizio che nidifica e si nutre dacantando versi tetri. Se la tua bocca di pece striscia, come l’arco di un violino barocco sui budelli tesi dalla mia insofferenza, non mi resta fra le dita quella bruma di parole. Si perde, questo canto effimero e dove rudere giace la tolleranza io risorgo.

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Lettera da un fronte

Mi hai chiesto di descriverti il deserto: Quando ti vesti della tua pelle i tamburi pluviali che latitano, in terra d'astio, tintinnano un ritmo tribale. Presa in faccende di donna, cauto rasento il collo che muovi come una fiamma. Come potrei esimermi, nell'essenza di asfalto intriso, in quel vento d'Africa, con quella fibra di luce che è sole in un deserto domestico. Neanche ti lascio finire ed tutto un concedersi. E sei preda accomodante e sei un bacio sul mio ghigno, nel disordine nostro dei sensi. Più niente è dov'era. Dove vigoroso e irriverente ti prendevo, dimora adesso il fantasma di Eros.

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Il viaggio

È un arpeggio ascetico di triadi discordanti la semi-incoscienza. Una scala a gradini angusti. Un uscio la saggezza, miraggio invalicabile a cui sovente volgo lo sguardo. Terreno è il mio sapere e sciapo il mio sapore. Certosino in un viaggio profetico, non deragliassi ad ogni fosso, vorrei vibrare con note cangianti sordo, all'accento delle gravi.

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Come un limone

Mai nel tuo nome lo avrei letto.

La tua nuca, solamente, la tua attenzione, altrove, che ha fermato tutto quanto, le tue mani nelle mani, che non erano le mie e io mi estinguo, lentamente.
Poi, al tuo accorgerti, è una vela spiegata,  una carezza silenziosa all'incalzare del vento ed io appaio, prudente fra la schiuma, con la dolcezza che si fa impenetrabile.
Tutto intorno è orizzonte mentre affondo negli abissi dell'esperienza.
Mi faccio pescatore di sospetti, arpiono ogni gesto, ogni accenno.
Mi arrivano, le tue parole, cupe come il canto delle balene,
di un inchiostro troppo nero ed evidente.
Ma io approdo, impeccabile e una risacca mi spinge oltre
Allora mi lascio, aspro, sulle righe tue, come un limone sulle pagine di un libro.

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Distratti

Giacchè stanotte mi concedo di appartarmi, ho scelto un posto dove l'uomo non è piú solito portarsi. Giacchè ho scelto il cielo notturno, sotto una coltre di buio, dove assuefatti all'ignoto e alla grande bellezza delle stelle parliamo di tutto fuorché dell'origine di tutto, io mi parlo di tutto fuorché della vostre esistenze. Mi porto, stanotte, dov'è inadatto fingersi, tardare a mostrarsi. Allora mi posso sentire, al di là delle vostre voci, delle auto, delle televisioni accese dalle finestre, d'estate. Distratti. Tutto vi distrae dalla bellezza, da quanto commovente possa essere la notte, da quanta veritá ci sia in un pensiero, di notte, quando tutto si dissolve nel vuoto stesso che ha creato. Ho provato la leggerezza dello sguardo che si perde, letteralmente, senza più riferimenti tra quei punti infiniti e luminosi che mai cosí lancinante mi si è palesata l'esiguitá del mio stare sulla terra, parassita di qualcosa di grande e generoso che, notte dopo notte, cerco penosamente di guadagnarmi. Distratti.

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Silenzio

Io prediligo il silenzio. È un' ecatombe emozionale il prorompere superfluo del pensiero esternato, il massacro del mio diritto di tacere. In questo abuso di socialitá e di convenevoli vorrei chiudermi da ogni parte e sentire, farvi sentire,  l'immensitá nello spartirsi il silenzio, la grazia nell'assenza delle parole dette, la delicatezza del sentirsi senza suoni. Senza remore v'accoglierei nell' ovattato, sconfinato universo dei miei umori e con la mano vi porterei  a soffrire, e gioire ma qui c'è troppo vociare, in questo guazzabuglio di socialitá e di convenevoli, nell'infausto calpestio delle emozioni, dove soltanto ai muti è concesso il silenzio.